domenica 20 dicembre 2015

L'Ecomuseo del Vanoi (Tn) a Gemona del Friuli

L'Ecomuseo del Vanoi, in Trentino Alto Aduge, è intervenuto all'incontro di Gemona del Friuli per preserntare una ricerca sugli antichi mais.

In Vanoi, nei tempi in cui il paesaggio e gli stili di vita erano radicalmente diversi, ci si dedicava, per integrare la povera dieta alimentare, anche alla coltivazione di alcuni cereali fra i quali il mais (sorc), in dialetto. Nel 2007 è uscita la ricerca “Custodiamo il sorc”: – “…risultato di un lavoro di studio e di riattivazione della filiera tradizionale del granoturco nelle valli del Vanoi e di Primiero promosso dall’Ecomuseo del Vanoi nel contesto delle attuazioni di Agenda 21 locale di Primiero. Le attività si sono svolte a partire da aprile 2005 e si concludono con la diffusione (…) del disciplinare il 21 aprile 2007.” Coordinatori del lavoro: Adriana Stefani e Gianfranco Bettega.

L'intervento ha tracciato le possibilità di sviluppo della filiera del mais, con proposte concrete.

La farina di mais ottofile di Arcevia fraccontata a Gemona del Friuli

 
 

I Marchigiani sono stati grandi consumatori dell'"oro giallo", la classica farina di mais che all'inizio del secolo scorso era il principale alimento di una cucina povera come quella dei nostri contadini. Ora la tipica polenta è diventato cibo ricercato, ambito sulle tavole dei buongustai di ogni ceto sociale.
Purtroppo la riscoperta della polenta ha coinciso con la diffusione dei mais ibridi provenienti dagli Stati Uniti e dal Canada perché la loro resa è superiore a quella delle nostre coltivazioni tradizionali. Il mais tradizionale resiste soltanto in piccole fasce collinari e montane delle Marche e dell'Italia Centrale.
Per non perdere questa tradizione culinaria, su iniziativa dell'Amministrazione comunale di Arcevia e della Pro Loco, l'azienda agricola Montalbini ha messo a coltura da alcuni anni il "mais tradizionale a otto file" nella frazione di Magnadorsa di Arcevia. La farina di mais si ottiene con macinazione a pietra in uno storico mulino ad acqua.
Caratteristica della farina del mais a otto file di Roccacontrada (antico nome di Arcevia) è un odore delicato, aroma intenso e sapore molto gradevole.

Il Mais Piadera raccontato dal Gruppo Densiloc di Fregona a Gemona del Friuli

All'incontro di Gemona sui mais antichi organizzato dall'Ecomuseo delle Acque e dalla Associazione Pan de Sorc, ha partecipato (fra gli altri) il Gruppo Densiloc di Fregona, conosciuto soprattutto per l'esperienza del Giardino della Memoria Fruttale ( le varietà di mele e pere che un tempo conoscevano i nostri genitori e i nostri nonni). Il Giardino ha lo scopo di preservare le meravigliose specie autoctone di meli e peri da una insesorabiler estinzione. Densiloc è una parola dell'antico dialetto di Spert d'Alpago, che significa 'in messun luogo',

Il Gruppo ha raccontato il proprio impegno per salvaguardare il Mais Piadera ( per la produzione di Farina Gialla da Polenta), una antica varietà di granturco colorata da più di tre generazioni nella zona Pedemontana di Fregona. Il diserbo meccanico viene realizzato senza  l'uso di erbicidi, raccolta manuale e selezione delle pannocchie manuale.

Il Mais Spinato di Gandino (BG) a Gemona del Friuli


Un’antica varietà di mais che arrivò nel borgo seriano di Gandino nel 1632 e che oggi, grazie ad un progetto di salvaguardia e valorizzazione, è stata riscoperta in tutte le sue qualità.
E’ il Mais Spinato di Gandino.

Il progetto per la salvaguardia, caratterizzazione e valorizzazione di questa varietà altamente qualitativa ed organoletticamente pregiata di mais, nasce nel 2008.
Anno in cui, dopo il ritrovamento di alcune pannocchie e di alcuni semi custoditi in Ca’ Parecia, antica cascina gandinese, si dà il via ad un’attività che riporterà questi semi alla loro purezza originaria, facendo così tornare a vivere l’antico Mais.
Un seme oggi conservato presso il CRA di Bergamo, nella Banca del Germoplasma di Pavia e nel Svalbard Global Seed Vault, famoso deposito per la conservazione mondiale delle sementi sito in Norvegia, a 1200 km dal Polo Nord.

Le Origini del Mais Spinato

Gli Olmechi erano un’antica civiltà precolombiana che viveva nell’area tropicale dell’odierno Messico centro-meridionale, approssimativamente negli stati messicani di Veracruz e Tabasco sull’Istmo di Tehuantepec. La civiltà olmeca fi orì durante il periodo formativo (pre-classico) mesoamericano, estendentesi circa dal 1400 a.C. al 400 a.C. Gli Olmechi costituirono la prima civiltà mesoamericana e stabilirono le fondamenta delle culture successive, la cui ascesa fu probabilmente favorita dalle pianure alluvionali dell’area che favorirono un’elevata produzione di mais. L’Impero Inca è stato il più vasto impero precolombiano del continente americano. La sua esistenza va dal XIII secolo fi no al XVI secolo e la sua capitale fu Cuzco, nell’attuale Perù. L’impero incaico comprendeva, al momento della massima espansione (verso il 1532), una parte significativa degli attuali stati sudamericani di Colombia, Ecuador, Perù, Bolivia, Cile e Argentina. Cochabamba, in Bolivia, era il “granaio degli Incas” per l’abbondante produzione di mais.
Gandino
Il primo luogo in Lombardia a coltivare il Mais.
Ne è testimone la storia: Gandino è stato il primo paese in Lombardia a coltivare il mais. In un suo memoriale del 1881 - “Due autografi contemporanei alla peste del MDCXXX ed alla prima coltivazione del mais in Lombardia” - Filippo Lussana, importante fi siologo, letterato, pittore e poeta di origini bergamasche, narra che la prima coltivazione del mais in territorio lombardo, fu fatta a Gandino nel 1632. Nello scritto si legge che a portare sin qui questo prezioso cereale, dovesse esser stato un foresto, il bellunese Benedetto Miari, nobile che sulle proprie terre venete aveva già aveva sperimentato con successo, dal 1617, la coltivazione del mais. Seguendo in uno dei loro viaggi nella terra natia, Gandino, l’allora Patriarca di Venezia, il barone Federico Maria Giovannelli e i baroni Benedetto e Andrea Giovanelli, Procuratori della Repubblica veneta, Miari portò con sé il prezioso seme, seminandolo nel campo di Clusvene, podere di proprietà proprio dei Giovannelli.
Il Progetto

Profuma di cultura, storia, tradizione. Nasce dalla passione e dalla volontà di un territorio di riscoprire i suoi antichi sapori, le sue unicità all’insegna di un approccio sostenibile. È il Mais Spinato di Gandino, prodotto d’eccellenza che Gandino, località parte del distretto turistico de Le Cinque Terre della Val Gandino e sita a pochi chilometri da Bergamo, ha voluto salvaguardare e valorizzare, riscoprendone tutte le sue qualità.

Innovazione e Tradizione
Nato nel 2008, il progetto per la “salvaguardia, caratterizzazione e valorizzazione della varietà locale di mais denominata Spinato di Gandino” muove sia da un fattore storico, sia dalla forte volontà di riscoprire quel mondo agricolo parte integrante del nostro territorio.

Sviluppo Sostenibile

È la sostenibilità il motore di questo progetto che tocca a 360 gradi cultura, coltura, economia e turismo, coinvolgendo mediante un approccio sistemico tutti gli attori parte di una filiera integrata. Da chi opera nel settore agricolo ai commerrcianti, sino alle scuole, alle istituzioni e ai cittadini.

Sinergia

Il Comune di Gandino, la Commissione De.C.O. (Denominazione Comunale di Origine), la PRO LOCO, la Comunità del Mais Spinato di Gandino ed il partner scientifico Unità di ricerca per la Maiscultura CRA-MAC di Bergamo hanno saputo fare squadra, determinando la riuscita del progetto.


Il Mais Sponcio è un'antica varietà coltivata nella Val Belluna

Il Mais Sponcio è un'antica varietà coltivata nella Val Belluna.
La pianta presenta spighe affusolate a tutolo bianco, è alta e vigorosa e la sua maturazione è medio-precoce con impollinazione libera.
Tutte queste caratteristiche hanno fatto si che questa particolare pianta di mais si potesse perfettamente adattare alle difficili condizioni climatiche ed ambientali della provincia di Belluno.
Le cariossidi (semi) sono a punta e al tatto pungono. Questa sua particolare caratteristica ha fatto si che il mais, in dialetto, venisse chiamato Sponcio, cioè che punge. Oggi, in onore del nome dialettale, nei negozi troverete quindi il Mais Sponcio.
La polenta che si ottiene dalla farina di mais sponcio è la tradizionale polenta gialla di montagna: densa, soda, forte e profumata, con le caratteristiche pagliuzze marroni.
Il risultato è dovuto all'esclusivo utilizzo di questa farina, che presenta cariossodi dal colore giallo-arancio e consistenza vitrea e dalla successiva macinatura semi-integrale a pietra.
Grazie quindi, alla lontananza dai grandi centri urbani, vie di comunicazione e insediamenti produttivi; il mais sponcio riesce nelle fasce pedemontane feltrine e bellunesi a sopravvivere. Inoltre, in questo modo, fa si che il territorio della Val Belluna non venga abbandonato, ma anzi recuperato e valorizzato.
Tutto ciò è estremamente importante per mantenere un elevato grado di naturalità nella vallata e per mantenere e preservare la biodiversità alimentare e vegetale.
Storia
Nel 1588 si segnala a Feltre la presenza del mais e successivamente, nel 1637, la “panocia” è già capillarmente diffusa sul territorio (Gasperin Danilo, Polenta e formenton 2002).
Da questo periodo storico non si riesce però a risalire ai nomi delle varietà. Infatti è necessario dover attendere fino al 1882, quando G. Cantoni e le successive campionature del 1904 a cura della Cattedra Ambulante di Agricoltura di Belluno, trovano precisi riferimenti ai mais rostrati o a becco (ovvero al nostro mais sponcio).
Da Gazzi D. (Cereali del Veneto, 2003) emerge che la diffusine del mais (e quindi anche lo sponcio) sia connessa alle emigrazioni in America del Sud di fine '800.
Dal momento in cui il mais entra nella scena montana, prende due strade: lo sviluppo scientifico e la sapienza contadina (Gazzi Daniele, Cereali del Veneto 2003).
Per recuperare quindi, importanti varietà ed ecotipi locali di mais, la Regione Veneto ha promosso negli anni 2000, il progetto “Interventi per la tutela e la conservazione del germoplasma cerealicolo del Veneto”. Questo progetto è stato gestito dall'Istituto “Strampelli” di Lonigo e curato dall'Istituto Agrario di Feltre e dal Museo Etnografico Provinciale.
Il Mais Sponcio è stato scelto come varietà prediletta dagli imprenditori agricoli locali. Dal 1999 la Cooperativa ne ha avviato con successo la sua produzione, promozione e valorizzazione; tanto da dover creare un consorzio di tutela nel 2008.
Il consorzio di tutela
Grazie al grande successo che la coltivazione di questa varietà ha riscontrato, nel 2008 è stato costituito il Consorzio di tutela del Mais Sponcio; finalizzato alla tutela del prodotto e dei produttori.
Ad oggi il consorzio raggruppa XXX coltivatori, con una superficie coltivata di XXX ettari. La coltivazione avviene esclusivamente sul territorio Bellunese e segue un severo disciplinare di produzione, sostenibile ed eco-compatibile. Le successive fasi di molitura e confezionamento sono affidate alla Cooperativa che inoltre ne cura anche la vendita e la promozione.
Riconoscimenti
Per le sue peculiari caratteristiche organolettiche e la sua storia, il Mais Sponcio e, quindi anche la sua farina, sono presenti:

nell'elenco nazionale dei Prodotti Agroalimentari Tradizionali del Veneto;
tra le varietà a rischio di erosione genetica meritevole di valorizzazione della Regione Veneto;
nei i prodotti della "Carta Qualità del Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi;
è presente anche tra i "Sapori della Strada dei Formaggi e Sapori delle Dolomiti Bellunesi".


L'Ecomuseo delle Acque e il Pan di sorc



L’Ecomuseo delle Acque, nato per ritrovare, interpretare, conservare e valorizzare il patrimonio materiale e immateriale del Gemonese, con questo progetto ha promosso e assecondato un modello di sviluppo che si fonda sulla cultura locale e sulle risorse e vocazioni del territorio.
Legare l’identità locale ad un prodotto della tradizione, il pan di sorc, ha significato: indagare nella memoria storica della comunità, riscoprire pratiche colturali e saperi tecnici quasi estinti, prendersi cura di un patrimonio di grande valenza culturale, intervenire sulla qualità delle produzioni e del paesaggio, creare una rete d’imprese che impegna agricoltori, mugnai, fornai, ristoratori e commercianti a lavorare uniti per una finalità comune.
Si è raggiunto il risultato di ridare spazio e prospettive a un’agricoltura legata alle tradizioni e garantire nuovo impulso a una microeconomia che valorizza luoghi, lavori e produzioni di qualità. Il progetto “Pan di Sorc” si è concretizzato anche grazie a un finanziamento del GAL Euroleader.
Ecomuseo delle Acque del Gemonese
largo Beorcje 12 – Borgo Molino
33013 Gemona del Friuli (UD)
+39 338 7187227
e-mail: info@ecomuseodelleacque.it
www.ecomuseodelleacque.it


Il Pan di Sorc
Il pan di sorc è un pane realizzato con la miscela di tre farine: mais (sorc in lingua friulana) a ciclo vegetativo breve (cinquantino), frumento e segale, un tempo si impastava in casa e poi si portava al forno per la cottura. Nelle comunità di Buja e Artegna questo pane diventava dolce e speziato con l’aggiunta di fichi secchi e semi di finocchio selvatico ma anche uvetta, cannella e noci. Questa variante tradizionalmente si preparava per le festività natalizie e si regalava come dolce ben augurante.
Il pan di sorc secco veniva utilizzato anche come ingrediente del crafùt, una polpetta fatta con fegato di maiale macinato finemente e impastata con pane, uva sultanina, scorze di limone, mele, salata e speziata e avvolta nel mesentere (membrana che sostiene l’intestino) dello stesso suino, alla fine cotta in abbondante soffritto di cipolla e servita con polenta morbida di cinquantino.
Entrambe le preparazioni ricordano altrettanti prodotti in uso ancora oggi nelle comunità d'oltralpe frequentate dai fornaciai friulani a cavallo tra Ottocento e Novecento come lo Stollen e il Leberwurst.
L’abbandono della pratica della coltivazione del cinquantino e i mutati gusti alimentari, alla fine degli anni Sessanta avevano relegato il prodotto ad un consumo unicamente casalingo e rischiava l'estinzione.
Il Presidio Slow Food ha ridato slancio all'antica ricetta dolce e riportato sulle tavole il pan di sorc oggi commercializzato sia nella versione dolce che in quella salata.

Il progetto “Pan di Sorc” si pone nell’ottica della valorizzazione del patrimonio culturale locale, un complesso aggregato di natura e storia, abitudini, lingua e tradizioni. La riscoperta di un prodotto agroalimentare della tradizione locale diventa così strumento strategico per occuparsi “attivamente” del territorio, affrontare una serie di argomenti strettamente intrecciati e complementari (esplicitando la vocazione “interdisciplinare” dei processi di promozione della cultura locale), intervenire sulla qualità della vita e del paesaggio, creare una rete di scambi e relazioni con enti, istituti e associazioni per introdurre strategie di sviluppo rurale incentrate sulla sostenibilità ambientale.
Le finalità del progetto sono molteplici: il recupero di vecchie varietà di cereali un tempo coltivate e ora circoscritte a piccolissimi areali di coltivazione; l’organizzazione di una rete di “conservatori” che si impegnino a preservare parte del germoplasma presente a livello locale; l’ottimizzazione delle pratiche agricole attraverso la rotazione e la successione delle colture; la sperimentazione di tecniche agronomiche sostenibili dal punto di vista ambientale, sociale ed economico; l’avvio di una filiera agroalimentare, di raccordo tra produttori, trasformatori e consumatori; la riqualificazione del paesaggio agrario; la trasmissione di saperi e memorie.

Gli Antichi Mais Piemontesi a Gemona del Friuli


Le aree della provincia di Torino tradizionalmente vocate alla coltivazione del mais sono il Canavese, la bassa Val di Susa e la pianura che si estende tra Torino e Pinerolo. La coltivazione di alcune antiche varietà (Pignoletti giallo e rosso, Ostenga, Nostrano dell’Isola, Ottofile bianco, giallo e rosso) è giunta sino a noi. Da questi pregiati mais tardivi, coltivati in tutto il territorio provinciale, si ottengono farine da polenta di qualità e gusto superiore.
Con le farine di antichi mais si confezionano le “paste di meliga” che fanno parte del “Paniere” sulla base di uno specifico disciplinare di produzione che prevede tra l’altro l’utilizzo esclusivo di burro, di uova fresche e di più del 50% di farine di antichi mais. La zona di produzione é tutta la provincia di Torino.
Il Paniere dei Prodotti Tipici della provincia di Torino accoglie i prodotti agroalimentari e agricoli del territorio provinciale, che in base a verifiche tecnico-scientifiche:

sono prodotti in maniera artigianale da produttori locali
appartengono alla tradizione storica locale
sono prodotti con materie prime locali
costituiscono una potenzialità per lo sviluppo locale


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